in Siria Curdi traditi per l’ennesima volta dall’occidente

La Siria è di nuovo al centro di grandi tensioni regionali, ammesso che mai avesse smesso di esserlo.
Riprendiamo di seguito una sintesi di vari contributi circolati nelle reti informali di controinformazione legate al sostegno al Popolo Kurdo per voce dell’attivista Firat Ak.
Si è tenuto a Damasco il 19 gennaio scorso l’ultimo incontro tra il comandante generale delle curde Syrian Democratic Forces, Mazlum Abdi, e il rappresentante del governo siriano, Ahmed al-Sharaa (Jolani), insieme ai suoi ministri, alla presenza del rappresentante speciale statunitense Tom Barrack. All’incontro ha partecipato anche la comandante generale delle YPJ – Unità di Protezione delle Donne, Rohilat Efrîn. La proposta irricevibile di resa è stata respinta fermamente da entrambe le formazioni.
“Meglio morire con onore a fianco del popolo che vendere la propria dignità”, ha dichiarato al termine dell’incontro , Mazlum Abdi
Nonostante i colloqui, gli attacchi sono proseguiti. Forze legate a Damasco e gruppi armati sostenuti dalla Turchia hanno colpito lungo le linee di confine del Rojava.
Gli analisti sottolineano come l’offensiva del governo di transizione di Damasco goda dell’appoggio, in prima linea, della Turchia, e di sostegni regionali da Arabia Saudita e Qatar.
Israele, invece, per il momento resta un attento osservatore interessato.
Tale convergenza di interessi, unita al silenzio ambiguo della coalizione internazionale anti-ISIS, viene interpretata come una strategia più ampia volta a ottenere il controllo di una zona ricca di petrolio, acqua e risorse agricole, nonché a creare una zona cuscinetto anti-sciita da utilizzare potenzialmente in uno scontro più ampio con il regime di Teheran.
In questo quadro, la posizione della Russia rimane decisiva e coerente con il suo sostegno alla sovranità di Damasco.
Il Centro Media delle SDF ha denunciato che durante gli scontri attorno al carcere di al-Aqtan a Raqqa, forze affiliate a Damasco hanno attaccato l’area carceraria. Le SDF, pur continuando a garantire la sicurezza della struttura, hanno subito nove caduti e venti feriti in condizioni estremamente pericolose.
Questo episodio si inserisce in un allarme lanciato dalle SDF sulla sicurezza delle prigioni che ospitano membri dell’ISIS. Secondo una nota ufficiale, l’instabilità creata dagli attacchi offre alle cellule jihadiste l’opportunità di riattivarsi e tentare di colpire le strutture detentive.
In un drammatico sviluppo che confermerebbe questi timori, fonti sul campo hanno riferito ieri che, a seguito di duri scontri, le forze del governo di transizione di Damasco hanno portato alla liberazione di oltre 1500 miliziani dell’ISIS da un centro di detenzione, un evento che getta una luce sinistra sulle reali priorità dell’offensiva e sulle sue potenziali conseguenze catastrofiche per la sicurezza regionale.
Collegata a questa emergenza è la decisione, annunciata ufficialmente dalle SDF, di ritirare le proprie forze dal campo di al-Hol ( dove sono presenti i familiari e i simpatizzanti d’ISIS).
La scelta è motivata dalla mancanza di assunzione di responsabilità da parte della comunità internazionale sul dossier ISIS e dalla necessità di dislocare le truppe per difendere i centri abitati del nord-est della Siria dalle minacce crescenti, lasciando però un vuoto di sicurezza attorno al campo.
La narrazione del conflitto espressa dallo stato turco e dal governo di transizione viene analizzata
criticamente: viene respinta la propaganda che lo descrive come una guerra contro il “terrorismo”, poiché da anni gli attacchi colpiscono sistematicamente infrastrutture civili, silos di grano, ospedali, scuole e reti idriche ed elettriche, lasciando milioni di civili senza servizi essenziali in violazione del diritto internazionale.
Allo stesso modo, viene rigettata la retorica del “jihad per l’Islam”, visto come un mascheramento religioso di un progetto di annientamento etnico concentrato nella zona curda.
Tutte le notizie e i commenti ostili ai curdi descritti finora fanno parte di una strategia di disinformazione volta a creare sfiducia verso coloro che li hanno salvati dalle milizie del terrore.
Il principale nemico viene identificato nei gruppi islamisti sostenuti dallo Stato turco, ribadendo una storica ostilità di Ankara verso i curdi.
Il popolo curdo si trova di fronte a una scelta storica tra una vita senza dignità sotto un dominio autoritarioe la resistenza per la dignità, la libertà e l’uguaglianza.
Difendere il Rojava significa difendere valori democratici, libertà individuale e collettiva, e di giustiziasociale in Medioriente.
Il silenzio internazionale, in particolare di chi formalmente combatte l’ISIS, di fronte alla liberazione dimigliaia di suoi miliziani e all’aggressione contro le forze che lo hanno sconfitto, non è neutralità, ma complicità.
La solidarietà attiva, invece, è una scelta politica e morale a sostegno della convivenza tra i popoli, dei diritti umani e dell’uguaglianza.
Rispondere alla chiamata di mobilitazione è un dovere umano, morale, etico e politico che come Milano Resistente ci sentiamo di raccogliere e rilanciare.
Per chi volesse sostenere le associazioni che si occupano di quelle zone con progetti concreti e pressione politiche internazionale, di seguito i riferimenti:
FONTI DI PACE ODV, IBAN: IT45 N 01030 01656 00000 2624683
Causale EMERGENZA ROJAVA