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Genova 2001, 25 anni dopo

E’ passato un quarto di secolo da quei tre giorni di luglio 2001, quando oltre 300.000 persone arrivarono a Genova per contestare i diktat dei potenti della terra, riuniti al G8.
Per qualche giorno, la città divenne un crocevia globale: un luogo dove si incontravano movimenti, culture politiche, esperienze di lotta provenienti da ogni parte del mondo.
C’erano assemblee, piazze tematiche, laboratori di idee. C’erano movimenti ambientalisti, reti femministe, associazioni per i diritti umani, sindacati, studenti, comunità di base.
Si discuteva di economia, pace, giustizia sociale, diritti, clima. Si lavorava per rendere reale lo slogan che aveva caratterizzato questo movimento : «Un altro mondo è possibile».
Era un movimento che non chiedeva solo riforme: chiedeva un cambio di paradigma.
Un patrimonio di partecipazione e immaginazione politica che venne spazzato via da una repressione brutale, scientifica, voluta dai vertici dell’allora governo Berlusconi.

La costruzione della paura

La zona rossa, eretta nelle settimane precedenti, era già un segnale chiarissimo.
Una parte della città fortificata, recintata, sottratta ai cittadini. Un dispositivo di controllo che non aveva precedenti nella storia repubblicana.
Cancellate strade, chiusi quartieri, trasformati vicoli in corridoi militarizzati.
I residenti, intrappolati, raccontarono agenti che di notte cantavano «Un, due, tre, viva Pinochet» e Faccetta nera.
Non erano episodi isolati: erano indizi di un clima, di una mentalità, di un approccio alla gestione dell’ordine pubblico che non aveva nulla di democratico.
Segnali inquietanti, sì. Eppure non bastarono a fermarci.
Perché Genova, in quei giorni, era il luogo dove bisognava essere.
Era il luogo dove la storia stava per cambiare — o essere violentemente riportata indietro.

L’arrivo in città

Appena arrivati, ci travolse il dispiegamento di agenti: un numero mai visto prima. Reparti da tutta Italia, mezzi blindati, idranti, elicotteri.La città era militarizzata, ma nonostante tutto l’energia dei manifestanti era contagiosa: sorrisi, abbracci, striscioni colorati, cori.Il primo giorno scivolò via quasi tranquillo, come se la tensione fosse trattenuta, compressa. Si percepiva che qualcosa stava per accadere, ma nessuno immaginava la portata.

Il 20 luglio: la strategia del caos

Poi, il 20 luglio, comparvero i black bloc.
Molti — come si scoprì in seguito — erano infiltrati delle stesse forze dell’ordine, che noi ribattezzammo forze del disordine.
La strategia fu evidente: lasciare liberi i distruttori, colpire i manifestanti pacifici. Le cariche furono immediate, violente, indiscriminate. Le strade si trasformarono in corridoi di caccia. Le persone correvano, si riparavano, cercavano di proteggersi.
E intanto i distruttori, quelli veri, agivano indisturbati. Era una coreografia della violenza, una regia che puntava a creare panico, a spezzare il movimento, a delegittimarlo.

La morte di Carlo Giuliani

Da lì in avanti fu solo escalation.
Nel pomeriggio, un colpo sparato dal carabiniere Mario Placanica uccise Carlo Giuliani, un manifestane di soli ventun anni.
La sua morte fu il punto di non ritorno. Nei mesi successivi, lo Stato tentò di riscrivere la realtà con una ricostruzione offensiva: il proiettile sarebbe stato sparato in aria, avrebbe colpito un mattone e sarebbe rimbalzato cambiando traiettoria. Una narrazione che insultava la verità, la memoria, la dignità di un ragazzo .Era il tentativo di cancellare le responsabilità, di trasformare un omicidio in un incidente.

Il 21 luglio: la manifestazione dei 300.000 e la macchina della repressione

Il 21 luglio, giorno della grande manifestazione dei 300.000, la violenza raggiunse il suo apice. Pestaggi su persone inermi, cacce all’uomo nei vicoli, sostanze urticanti spruzzate dagli elicotteri.
Rastrellamenti negli ospedali per arrestare i feriti e portarli a Bolzaneto. Persino sedi di partito furono attaccate.
Qualcuno parlò di “mele marce”. No. Quello che vedemmo fu un intero frutteto marcio.
Una macchina repressiva che aveva perso ogni freno, ogni limite, ogni riferimento allo Stato di diritto.

La notte della Diaz

E poi arrivò la notizia che cambiò, ancora una volta, tutto.
Mentre eravamo sui treni, sentimmo da una vecchia radiolina, le voci degli inviati di Radio Popolare che raccontavano in diretta dell’assalto alla scuola Diaz, dove dormivano attivisti di Indymedia e persone che speravano di ripartire il giorno dopo.
La violenza fu tale che il vicequestore aggiunto Michelangelo Fournier, presente durante il blitz, la definì in aula «una macelleria messicana».
Non era una metafora: era una descrizione. Furono piazzate prove false, come venne dimostrato, per giustificare l’ingiustificabile.

E qui sta un altro aspetto scandaloso della vicenda:
due tra i principali dirigenti coinvolti nella gestione dell’operazione — Giovanni Luperi e Francesco Gratteri — furono negli anni successivi promossi a ruoli di vertice nella sicurezza nazionale.
Luperi divenne dirigente dei servizi segreti interni; Gratteri fu nominato capo dell’Antiterrorismo.
Una dinamica che racconta molto più di mille parole sul modo in cui lo Stato ha scelto di trattare i propri errori, le proprie responsabilità e le proprie ferite.
La verità è semplice e terribile: molti dei funzionari che ebbero ruoli decisivi nella “macelleria cilena” della Diaz non solo non furono rimossi, ma furono premiati. Promossi, avanzati, collocati in posizioni di potere.
Questo è uno degli elementi che più ha alimentato, negli anni, la denuncia politica e civile sulla mancata giustizia per le violenze del G8 di Genova.
Un segnale inequivocabile di come le istituzioni, invece di fare i conti con quanto accaduto, abbiano scelto di proteggere se stesse.

Bolzaneto: la sospensione dello Stato di Diritto

Bolzaneto fu l’altra faccia dell’orrore: torture, sevizie, umiliazioni, diritti civili cancellati.
Persone scomparse per giorni, persino settimane — come un gruppo di manifestanti tedeschi — liberate solo grazie alla pressione delle piazze, dell’area progressista italiana e dei governi europei.
Bolzaneto fu il luogo dove la Repubblica, per qualche giorno, cessò di essere una Repubblica fondata sullo stato di diritto.
Un buco nero istituzionale.
Un luogo dove la legge non entrava, dove la dignità veniva calpestata, dove la violenza era metodo.
Venticinque anni dopo: cosa resta?

E oggi, dopo venticinque anni, cosa resta?

Resta la certezza che avevamo ragione.
La denuncia del capitalismo ultraliberista e del rischio di derive antidemocratiche non era allarmismo: era previsione.
Oggi i venti delle destre neofasciste soffiano forte, in Italia e nel mondo.
Resta la consapevolezza che le battaglie per uguaglianza e giustizia sociale sono state ignorate, mentre il divario tra pochissimi ultraricchi e una massa crescente di poveri è diventato voragine. Così come le istanze pacifiste, che erano proprie di quel movimento, sono andate a sbattere contro il bellicismo crescente che ci ha portato a quanto oggi tutti noi possiamo vedere in Palestina, in Sudan, in Ucraina e i altri 50 scenari di guerra nel mondo.
Resta l’evidenza che le politiche ambientali hanno tradito ciò che proponevamo: il climate change è ormai una realtà che ci sta addosso, che modella le nostre vite, che definisce il nostro futuro.
Resta la memoria di un movimento che aveva visto prima degli altri ciò che stava arrivando.
Resta la responsabilità di non dimenticare, di non accettare, di non arrendersi.

Genova 2001 è stato tutto questo.
E anche la più grande sospensione dello Stato di diritto mai vista in Italia dal secondo dopoguerra.
Un monito. Una ferita. Un tentativo di reprimere anche i movimenti futuri, con la minaccia dell’uso della violenza di Stato.
E una promessa: continuare a immaginare, lottare e provare a costruire, quel mondo diverso che allora sembrava più vicino e che oggi è drammaticamente lontano.

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