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Referendum sulla giustizia: cosa prevede e perchè votare NO

Il Governo Meloni forza la mano e punta a stringere i tempi per indire il referendum costituzionale sulla cosiddetta riforma della giustizia. Infatti proprio oggi l’esecutivo ha annunciato che le date del referendum saranno il 22 e il 23 marzo.
Perchè questa fretta? Perchè più passa il tempo e più arrivano sondaggi che vedono, giorno dopo giorno, ridursi la forbice tra i sì, ora in vantaggio, e i no, al momento in svantaggio. Meglio quindi, per la compagine governativa, affrettare i tempi, forte anche del controllo della stragrande maggioranza dei media, puntando a una campagna elettorale la più breve possibile, se non proprio inesistente.
Contro questo progetto 15 giuristi, capitanati dall’avvocato Carlo Guglielmi, hanno promosso una raccolta firme a sostegno dell’iniziativa popolare per il referendum sulla riforma Nordio, disponibile dal 22 dicembre sul sito del ministero della Giustizia (qui per firmare con Spid o Carta d’identità elettronica). L’obiettivo delle 500mila sottoscrizioni è ormai completo al 62%: per raccoglierle c’è tempo fino al 30 gennaio, quando scadranno i tre mesi dalla pubblicazione della legge costituzionale in Gazzetta ufficiale. Sono, infatti, già 300.000 le firme raccolte in 20 giorni circa e a meno di venti giorni dalla scadenza.
Perché questa iniziativa? Perché, secondo la prassi seguita finora, il governo non potrebbe fissare la data del voto prima di quella scadenza, proprio per permettere ai promotori dell’iniziativa di completare la raccolta e accedere alla campagna referendaria come soggetto costituzionalmente tutelato. Ma, come abbiamo detto sopra, il Governo ha già deciso le date, convocando le urne per domenica 22 e lunedì 23 marzo (l’indizione formale spetterà poi al presidente della Repubblica). Per farlo, la maggioranza vuol sfruttare la richiesta di referendum già depositata dai parlamentari e ammessa dall’Ufficio centrale presso la Corte di Cassazione. I promotori, però, hanno già annunciato ricorso al Tar se il governo andrà dritto per la sua strada, come ci spiega il loro avvocato: “il testo del quesito depositato dai giuristi è diverso da quello che è già stato ammesso, perciò ci sarebbe spazio perchè la Cassazione, in caso di successo della raccolta firme, decida di modificarlo”.
Ma cosa prevede esattamente la cosiddetta riforma della giustizia, che sarebbe più corretto chiamare attacco all’indipendenza della magistratura:

  • Modifica l’ordinamento giurisdizionale intervenendo sull’assetto della magistratura, con particolare riguardo alle figure dei giudici e dei pubblici ministeri, senza però specificare in che modo si intende concretamente separare le loro carriere.
    Per capire meglio: in Italia i giudici e i pubblici ministeri sono entrambi magistrati e vengono reclutati con un unico concorso (per questo si parla di “concorso in magistratura”). Essi, però, svolgono funzioni diverse. Quando i magistrati vincono il concorso, possono scegliere – secondo la disponibilità dei posti banditi e della graduatoria finale – se fare il giudice o il pubblico ministero: il primo in graduatoria sceglierà dove andare e che funzione ricoprire mentre l’ultimo in graduatoria non avrà scelta e andrà nell’ultima sede rimasta e svolgerà la funzione rimasta.
  • Crea due diversi CSM (che sono i Consigli superiori della magistratura): uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri.
    Per capire meglio: il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) attualmente in Italia è uno, proprio perché i giudici e i pubblici ministeri non costituiscono carriere separate, ma insieme formano la magistratura. Il CSM è l’organo con il quale – in virtù della sua indipendenza e autonomia – la magistratura si gestisce da sola, naturalmente secondo delle regole e sulla base di una composizione precisa! Non è un organo anarchico e privo di regole! Con la riforma, separando le carriere, bisognerà creare due organi distinti: un CSM per i giudici e un CSM per i pubblici ministeri.
  • Introduce il sorteggio di componenti dei CSM: i componenti “laici” (avvocati e professori) saranno estratti a sorte da un elenco compilato dal Parlamento in seduta comune, su elezione; i componenti “togati” (magistrati) saranno anch’essi individuati tramite sorteggio tra magistrati della categoria pertinente.
    Per capire meglio: il CSM attualmente in Italia è composto in buona parte da componenti “togati” (sono magistrati, e si chiamano “togati” perché portano la toga), eletti direttamente con delle elezioni all’interno della magistratura (in altre parole, i magistrati scelgono tra i magistrati, sulla base dei magistrati che liberamente si candidano per ricoprire quel ruolo; non è diverso da quello che avviene, per esempio, quando in un istituto scolastico si vota per il rappresentante di classe: gli alunni che lo desiderano si candidano e tutta la classe vota scegliendo chi ritiene più adeguato a ricoprire quel ruolo); l’altra componente del CSM è fatta invece di “laici” (si chiamano così perché non sono parte della magistratura, ma sono esterni e possono essere o professori universitari ordinari di diritto oppure avvocati con almeno 15 anni di esercizio della professione) che vengono scelti direttamente per elezione dal Parlamento in seduta comune (i deputati e i senatori si riuniscono e, a voto segreto, decidono). Con la riforma, tutto questo non ci sarebbe più, e i componenti sarebbero estratti a sorte.
  • Istituisce un’Alta Corte disciplinare per i magistrati: sarà quindi creato un “tribunale” che deciderà sui procedimenti disciplinari sia dei giudici che dei pubblici ministeri. Anche qui ci sarà una componente estratta a sorte.
    Per capire meglio: oggi in Italia i procedimenti disciplinari (che sono quei “processi interni” che servono per capire se un giudice o un pubblico ministero ha fatto qualcosa di scorretto mentre svolgeva il suo lavoro) sono decisi da una sezione specifica del CSM, che, come abbiamo detto, è un unico organo di autogestione della magistratura. Con la riforma, oltre a creare i due diversi CSM, si creerebbe anche un altro organo, l’Alta Corte, per far decidere dei procedimenti disciplinari e anche qui ci sarebbe l’estrazione a sorte.

Appare chiaro da quanto esposto sopra che si creerebbe un controllo del potere esecutivo su quello giuridico, con un conseguente sbilanciamento dell’equilibrio dei poterei che è alla base dello stato di diritto, senza il quale la democrazia viene svuotata, o peggio, diventa una democrazia autoritaria.
Per questo Milano Resistente (insieme a tantissime realtà, come Cgil, Arci, Acli, Anpi, Auser, Libera, Libertà e giustizia, Legambiente, Pd, Movimento 5 stelle, AVS e moltissimi altri, impossibili da elencare tutti qui) invita tutte e tutti a votare convintamente no e a fare campagna per il no attivamente.
Per aiutarvi in questo, ecco in breve 5 ottimi motivi per votare no, suggeriti dal costituzionalista Marco Ladu:

  1. La riforma indebolisce la democrazia, spezza l’unitarietà della giuridizione e mette in crisi la separazione dei poteri
    Separare giudici e pubblici ministeri rompe l’unitarietà della magistratura, principio su cui la Costituzione fonda l’indipendenza del potere giudiziario sia dal potere legislativo (Parlamento) sia dal potere esecutivo-politico (il Governo).
    Due carriere separate non garantiscono maggiore autonomia, anzi creano corpi isolati e più vulnerabili alle pressioni esterne. Il principio è molto semplice: divide et impera, cioè, dividi e comanda! Se io divido un gruppo in due gruppi, rendo questi gruppi singolarmente attaccabili e, in particolare, questa riforma renderebbe i pubblici ministeri sensibili alle pressioni esterne, a partire dalle pressioni politiche!
    La forza della giustizia italiana è sempre stata nella sua unitarietà: chi indaga e chi giudica serve la stessa legge e risponde alla stessa Costituzione: non è separando i giudici e i pubblici ministeri che si risolve l’efficienza della giustizia!
    Inoltre, dati alla mano, chi passa da una carriera all’altra (cioè, chi passa dalla funzione di giudice a quella di pubblico ministero e viceversa) sono pochissimi! La riforma Cartabia del 2022 ha già risolto questo problema introducendo una regola che è già in vigore (e, come vedete, non è servita una modifica della Costituzione): i giudici e i pubblici ministeri possono passare da una funzione all’altra solo una volta nella loro carriera e nei primi dieci anni di servizio.
  2. Il sorteggio sostituisce la “responsabilità” con il “caso”
    Estrarre a sorte i componenti dei nuovi CSM e dell’Alta Corte disciplinare mina la responsabilità delle scelte. In poche parole, se io vengo sorteggiato (senza magari neppure voler ricoprire quel ruolo), non mi sentirò pienamente responsabile del ruolo che ricoprirò!
    Con il sorteggio, infatti, finirei per ricoprire un ruolo delicato, ma sarei “capitato lì per caso”. Questo mi renderebbe persino più vulnerabile ed esposto: senza legami di responsabilità o sostegno interno, potrei subire pressioni esterne, influenze politiche indirette o isolamento dai colleghi, con conseguenze negative sia per l’indipendenza della magistratura sia per il corretto funzionamento della giustizia. Inoltre, se dovessi essere un magistrato giovane, in attesa di fare progressioni di carriera e di essere soggetto alle valutazioni periodiche, sarei persino intimorito e potrei non sentirmi libero di adottare decisioni delicate nei confronti degli altri magistrati!
    La democrazia costituzionale si regge sulla responsabilità, non sulla casualità travestita da trasparenza. Ci sembra più trasparente sorteggiare e ci sembra che così il “caso” eviti fenomeni di corruzione o di pressione, ma non è affatto così!
    Come ho detto, intanto si può sorteggiare la persona sbagliata e, inoltre, una volta sorteggiata, quella persona assume un ruolo e, proprio sulla base del ruolo che ricopre, negli anni che starà in carica sarà comunque raggiunta – se proprio così dovesse andare – da pressioni e da fenomeni corruttivi.
    Infine, a questo punto possiamo sorteggiare tutti dappertutto: perché non sorteggiare tra i colleghi di lavoro quello che farà da responsabile o da dirigente? Vi piacerebbe se qualcuno estraesse a sorte il vostro collega più incompetente o la persona che lavora di meno e lo facesse diventare il vostro superiore (che può decidere quando andate in ferie, quando prendete un premio produzione e così via)?
  3. Più organi non significano più giustizia, ma un aumento dei costi a carico di tutti e un aumento della burocrazia
    In tanti hanno voluto, qualche anno fa, ridurre i parlamentari. Se vi ricordate, siamo passati da 630 deputati a 400 e da 315 senatori a 200. Adesso, per risolvere i problemi della giustizia italiana, questa riforma cosa propone? Di aumentare le “poltrone”.
    Si creano, infatti, due CSM separati e un’Alta Corte disciplinare.
    Questo cosa produrrebbe?
    Più costi senza dubbio! E, badate bene, non credo che il problema sia spendere dei soldi, perché la democrazia ha un costo, ma il problema è per cosa e in che modo li spendo! Se ho già una sezione disciplinare dentro l’attuale CSM non converrebbe migliorare il procedimento disciplinare? Perché creare un organo in più se questo non risolverebbe affatto i problemi della giustizia? Perché ostinarsi a separare le carriere e a creare due CSM quando potrei, con altre regole, agire sulle funzioni dei magistrati ed evitare fenomeni di “politicizzazione” e “correntismo”?
    Questa riforma moltiplica le procedure, aumenta la burocrazia e anche i conflitti interni. Dietro la retorica della “riforma inevitabile” del sistema giustizia, si nasconde una spinta demagogica che rischia di creare un paradosso, cioè quello di rendere il sistema più complesso e meno efficiente, senza vantaggi concreti per cittadini o per gli stessi magistrati.
  4. I veri problemi della giustizia restano irrisolti e serve ben altro che una modifica costituzionale: servono risorse!
    Processi che durano troppo, carenza di personale, molto arretrato, strutture inadeguate e strumenti informatici obsoleti: questi sono i problemi reali della giustizia.
    E tutti lo sappiamo: questi sono i problemi reali di quasi tutti i luoghi di lavoro! Aziende, ospedali, ristoranti, università, scuole: ovunque si registrano difficoltà che sono legate all’efficienza di come si lavora, alla mancanza di soldi e risorse di vario tipo.
    La riforma della giustizia non affronta questi problemi!
    Vi sembra una priorità per la giustizia separare le carriere, creare due CSM e un’Alta Corte disciplinare? I problemi sono altri e non si risolvono con una riforma costituzionale.
  5. La Costituzione non è un terreno di scontro politico
    Questa riforma nasce da una contesa politica che va avanti da decenni ed è la resa dei conti tra la politica e la magistratura! I casi Craxi e Berlusconi sono l’esasperazione di una evidente insofferenza della politica nei confronti della magistratura.
    Il Governo Meloni si è scagliato contro la Corte costituzionale (per l’autonomia differenziata), contro la Corte di cassazione (per il piano Albania), contro la Corte dei Conti (per il ponte sullo Stretto) e persino contro la Corte Penale Internazionale (per il caso Al-Masri). Come è possibile che tutti questi organi, anche a livello internazionale, siano composti – nella retorica che va avanti da decenni – da “toghe rosse” accecate dall’odio per questo Governo? Qualcosa non torna!
    Ecco, allora, che si vuole dare un colpo alla Magistratura, per spezzarla al suo interno e cercare di riportarne una parte sotto l’influenza del Governo!

Per concludere, vorremmo chiarire un concetto di fondo, che vale per tutte le riforme di natura costituzionale. Non crediamo che la Costituzione sia “intoccabile” o “sacra”, ma crediamo che debba essere modificata quando è necessario e con un obiettivo concreto. Modificare la Costituzione è possibile, d’altra parte è una possibilità che hanno previsto i padri costituenti stessi, ma dipende da come e cosa si cambia. L’obiettivo deve essere un obiettivo che, per essere perseguito, necessita di una modifica costituzionale e di essa soltanto. Se così non è, non si deve modificare la Costituzione per perseguire quell’obiettivo, ma agire su altri aspetti, innanzitutto sulla legislazione ordinaria.
In questo caso, la riforma nasce solo da diffidenza politica verso la magistratura e da promesse elettorali, non da una strategia per migliorare la giustizia. I problemi della giustizia possono (e devono!) essere affrontati altrove, senza che si ricorra a una modifica costituzionale!
Una ragione che le riassume tutte: non serve riscrivere la Costituzione per far funzionare la giustizia. Serve far funzionare la giustizia per rispettare la Costituzione.

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